F1 Ferrari Binotto

F1, Binotto ride della Ferrari che ha contribuito ad affondare: imbarazzo

C’Γ¨ un fascino perverso nel modo in cui il tempo, e un provvidenziale cambio di casacca, riescono a riscrivere la memoria degli uomini. “Sino a ieri”, Mattia Binotto era il volto rassicurante e perennemente afflitto di una Ferrari che annaspava nei propri equivoci tecnici. L’uomo del perenne “dobbiamo capire”, pronunciato di fronte a disastri ormai entrati nella leggenda.

Oggi, folgorato sulla via di Ingolstadt, ci appare nelle vesti di un rigoroso calvinista della meccanica. Un devoto del metodo teutonico, pronto a impartire lezioni di pianificazione aziendale dal pulpito dell’Audi. Leggendo le sue ultime dichiarazioni, non si sa se sorridere per l’audacia o provare un moto di sincera tenerezza per chi, pur di accreditarsi nel nuovo salotto buono, decide di sputare nel piatto in cui ha banchettato per un quarto di secolo.

F1 Ferrari Binotto
Mattia Binotto, responsabile del progetto Audi in Formula 1

L’ingegnere occhialuto ci fa sapere che, in Audi, il suo lavoro “non Γ¨ piΓΉ complicato, ma diverso“, e che la vera rivoluzione Γ¨ l’approccio culturale. In Ferrari, udite udite, “i processi decisionali non esistevano, si provava e basta. Non c’era bisogno di pianificare“. Un’affermazione che, detta da chi in quella azienda ha trascorso 27 anni, di cui gli ultimi cinque col grado supremo di Team Principal, suona meno come un’accusa al sistema e molto piΓΉ come una grottesca autocertificazione di incompetenza.

L’illuminazione svizzera e l’autocertificazione di colpevolezza

Se a Maranello “non c’era bisogno di pianificare” e si procedeva a tentoni, viene spontaneo domandarsi cosa abbia fatto esattamente l’ingegner Binotto a Maranello. Forse passava da quelle parti per caso? O forse, da Direttore Tecnico prima e da Team Principal poi, era proprio lui la figura apicale preposta a creare, strutturare e far rispettare quei fantomatici processi decisionali la cui assenza oggi lamenta con tanto candore?

È il paradosso del piromane che, assunto in una nuova caserma dei pompieri, si lamenta davanti alle telecamere di quanto fosse altamente infiammabile il bosco che lui stesso aveva il compito di proteggere. E che, in larga parte, ha contribuito a bruciare. Elogiare l’approccio “piΓΉ tedesco, piΓΉ svizzero” di Audi, dove “prima di tutto si prevedono dei piani e senza di essi non si agisce“, Γ¨ legittimo. Persino doveroso per un manager che deve giustificare il suo nuovo lauto ingaggio.

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Il responsabile del progetto Audi in Formula 1 ed ex Ferrari: l’italiano Mattia Binotto

Ma dipingere la Rossa come una sorta di officina di provincia, dove si tira a campare assemblando pezzi a caso senza uno straccio di logica, non fa onore alla veritΓ  storica nΓ© alla decenza professionale. Dimostra semmai la proverbiale mancanza diΒ gravitasΒ di una leadership che, incapace di trionfare in pista, cerca oggi la rivincita nelle interviste, tentando di accollare a un’entitΓ  astratta (“la cultura aziendale”) i fallimenti di una gestione personalistica e, alla prova dei fatti, disastrosa.

L’amnesia sul motore Ferrari e la risata fuori luogo di Mattia

Ma c’Γ¨ un passaggio delle sue esternazioni che raggiunge vette di involontaria comicitΓ . Interrogato sull’ambizione di rendere Audi una superpotenza al livello della Ferrari, Binotto si lascia andare a una risata e a una battuta tranchant: “PerchΓ© dovrei? Non vincono dal 2008. Voglio che Audi vinca“. Una stoccata tra capo e collo che vorrebbe essere da fioretto, ma che finisce per somigliare al piΓΉ classico colpo di zappa sui piedi.

È vero, la Ferrari non vince un titolo piloti dal 2008. Ma l’Ingegner Binotto dimentica, o spera ardentemente che il pubblico abbia dimenticato, chi c’era al muretto a orchestrare alcune delle stagioni piΓΉ opache, imbarazzanti e controverse di quel lunghissimo digiuno. È forse il caso di rispolverare i libri di storia, fermandoci al famigerato biennio 2019-2020.

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Charles Leclerc a bordo della Ferrari SF-1000 nel modanale di F1 2020

Fu proprio sotto la sua gestione illuminata e “priva di pianificazione” che la Ferrari mise in pista una power unit dalle prestazioni tanto straordinarie in rettilineo quanto, per usare un eufemismo, sospette. Un motore “miracoloso” che spinse la Federazione Internazionale a un’indagine approfondita, culminata in un umiliante e chiacchieratissimo accordo segreto tra la FIA e Maranello.

Le carte di quel patto non furono mai rese pubbliche, ma la sentenza sportiva fu scritta sull’asfalto in modo spietato: l’anno successivo, spogliata dei suoi “trucchi” ai flussometri, la fuoriserie rossa si trasformΓ² in un calesse. Un’auto che arrancava a centro gruppo con un motore asmatico, di fatto condannando il team a una delle peggiori figure della sua storia gloriosa e ipotecando in negativo anche le stagioni successive.

Binotto: l’ennesima occasione persa per tacereΒ 

Invece di ridacchiare sui digiuni altrui, il neo-svizzero Binotto dovrebbe forse ricordare che una bella fetta di quegli anni senza vittorie porta la sua personalissima firma. I pit-stop tragicomici di Monaco, le strategie masochiste di Silverstone e i mondiali buttati via a metΓ  stagione, non erano affatto il frutto di una maledizione divina abbattutasi su Via Abetone inferiore 4, ma il risultato diretto di chi oggi ci viene a spiegare dal pulpito come si sta al mondo, in Formula 1.

Adesso, folgorato dal rigore teutonico, Binotto ci rassicura: ad Audi serve un “piano triennale per costruire e biennale per il consolidamento“. Cinque anni, insomma, prima di arrivare a lottare per il titolo. Un lasso di tempo prudente e comodissimo, che gli garantisce stabilitΓ  e lo mette al riparo dalle critiche immediate. Auguriamo alla casa dei quattro anelli ogni fortuna, sperando che i famosi piani vengano redatti con inchiostro indelebile.

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L’ex team principal della Ferrari Mattia Binotto

Ma all’ex condottiero di Maranello andrebbe ricordato un vecchio adagio sempre valido: si puΓ² cambiare la giacca, si puΓ² cambiare la marca dell’orologio e si puΓ² persino imparare a parlare tedesco. Ma la storia non si cancella con una battuta a favore di microfono. E la storia, spietata, ci ricorda che se la Ferrari ha passato l’ultimo decennio a rincorrere, Γ¨ anche perchΓ© le chiavi di casa sono state affidate per troppo tempo a chi, oggi, fa finta di non averle mai avute in tasca.

Autore:Β Zander Arcari – @berrageizΒ Β 

Immagini: Scuderia Ferrari – Audi