F1 Domenicali

F1, Domenicali è il perfetto aziendalista da corsa: illusionista del paddock

È difficile parlare di Stefano Domenicali in F1, da me ribattezzato Don Menicali per quella sua aria curiale del “volemose bene”, senza essere presi dallo sconforto che ti viene pensando a come la massima categoria è diventata in questi ultimi anni. È difficile essere oggettivi di per sé, l’oggettività nel giornalismo è una patetica bugia.

Al massimo si può cercare di tendere all’oggettività, non possederla come scienza esatta. Ed è difficile quando parli di qualcuno che, nascendo nella Formula 1 storica, ne sta sovvertendo il DNA. Stefano è, fondamentalmente, un aziendalista di successo estremo. Un manager buono per quasi tutte le “stagioni” che pretendano continuità.

E, per dirla con il compianto giornalista Edmondo Berselli (che lo disse per la prima volta riferendosi a Romano Prodi, ex democristiano doc, e tenete a mente questo particolare), pare propio che il nostro sia uno che “gronda bontà da tutti gli artigli”. Chiuso, punto e a capo.

Stefano: il manager che “gronda bontà” e le dichiarazioni lunari

Solo da qualche tempo, soprattutto sui social ma anche sempre meno timidamente dai media vecchio stile e dagli stessi piloti, si avverte qualche scricchiolio sull’ottima considerazione che ancora molti hanno verso di lui. Vedi ad esempio l’agiografia di Quattroruote, dove mancava il ritratto del nostro con tanto di aureola, come per i santi.

È un santo, un apostolo, è un bel direttore!” Eppure, alcune sue dichiarazioni sono decisamente lunari. E lo sono oggettivamente parlando. Andiamo un poco a braccio: dal famoso venerdì che non serviva a niente, solo agli ingegneri, e quindi era giusto avere una, cento, mille gare sprint. E tanto lo sappiamo che il suo obiettivo è proprio quello di avere per ogni gara canonica una versione sprint.

Ci stanno abituando piano piano, come nella metafora della rana bollita. Alla bacchettata a Verstappen, reo non tanto di essersi lamentato, ma di non averlo fatto nelle segrete stanze, o, ancora, al magnificare circuiti di plastica e piscine disegnate, all’aver detto che i sorpassi sono sorpassi (con tanto di statistiche magnificanti).

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Formular 1 CEO Stefano Domenicali ahead of the 2026 Miami Grand Prix at Miami International Autodrome. Picture date: Sunday May 3, 2026. (Photo by Bradley Collyer/PA Images via Getty Images)

Anche se finti e con una monoposto in ricarica e l’altra al massimo della velocità (a proposito, ma la sicurezza?).
Senza dimenticare i preziosi consigli di George Lucas per la F1. Che ne so, magari i piloti con le spade laser?

E, ancora, all’aver detto che le grafiche on board non servono a niente, e allora ci dovrebbe spiegare perché in certi circuiti le mettono, in altri no, chiaramente a proprio piacimento, tipo carica della batteria e velocità massima.

Sì, lo sappiamo, lo fanno per evitare di fare brutte figure in mondovisione su circuiti dove il superclipping la fa da padrone. Ma lui no, imperterrito magnifica sempre e comunque. Difende l’indifendibile. Dice che questo regolamento è bellissimo. Nel frattempo la F1 corre ai ripari dopo quattro gare. Non conta. Lui diventa il campione più realista del re.

E se gli fai notare che il re è nudo… beh, lui dice, sempre sorridendo, che è bellissimo così, visto che i tempi cambiano, no?! E poi, ecco l’asso nella manica che ogni due per tre il nostro Stefano ti tira fuori, sempre sorridendo racconta senza problemi: i nuovi tifosi vogliono questo! E così sia! Insomma, il nostro, a suo modo, è davvero un campione.

Da Maranello a Liberty Media: l’ascesa del manager post-carismatico

E allora, cerchiamo di capirne di più. Stefano nasce a Imola nel 1965, dettaglio biografico che nel mondo dei motori equivale quasi a una investitura divina. Nel 1991 si laurea in Economia e Commercio all’Università di Bologna. Non siamo riusciti a rintracciare il voto e la tesi di laurea (una mera curiosità, la nostra). Appena laureato, entra in Ferrari.

Diverse fonti riportano che si occupa di fisco e rapporti con la FIAT. Cresce. Lentamente, ordinatamente, senza mai dare l’impressione di voler rovesciare il tavolo. Alla Rossa impara l’arte suprema della sopravvivenza nelle strutture complesse: essere abbastanza presente da risultare indispensabile, ma non così ingombrante da diventare il bersaglio preferito.

In un ambiente fatto di cataclismi tellurici ogni due o tre anni, Domenicali sviluppa una qualità rarissima: sembrare sempre ragionevole, calmo, tranquillo. Che, in Ferrari, è quasi un atto eversivo. E dopo 17 anni di continua ascesa, passa dai libri mastri ad essere il capo della gloriosa scuderia di F1. È il 2008. Eredita il dopo-Todt, il dopo-Brawn, il dopo-Schumacher: cioè la fine di un impero.

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Stefano Domenicali ai tempi della Ferrari

E bisogna dargli atto che non è certo facile. Il primo anno porta il titolo costruttori, ma Felipe Massa perde il mondiale piloti all’ultima curva dell’ultima gara in Brasile, in una scena così crudele che persino il melodramma italiano avrebbe giudicato eccessiva. Poi arrivano gli anni di Alonso: 2010 e 2012, campionati sfiorati, occasioni mancate, strategie discutibili, auto a volte dignitose ma non dominanti.

La Ferrari non è un disastro, ma non è nemmeno abbastanza. Che è forse la definizione più dolorosa possibile per la Rossa. Nel 2014, con l’inizio dell’era turbo-ibrida e una vettura in evidente difficoltà, Domenicali si dimette. Gesto elegante, quasi straniero. In Italia le dimissioni sono spesso considerate una forma di resa morale, una pratica nordica, una stranezza da Paesi dove i treni arrivano in orario.

Il dopo Ferrari di Stefano era solo una parentesi in attesa dell’onnipotenza

Lui invece lascia. Senza urla, senza sceneggiate, senza trasformarsi in vittima del sistema. Esce come era entrato: con compostezza, tranquillità, serenità. In effetti, l’era Domenicali in Ferrari (2008-2014) è ricordata da molti tifosi con lo stesso affetto che si riserva a una colica renale. A quel punto sembra finita, ma no: una delle sue nel capitalismo contemporaneo vale più della genialità.

Inoltre è “ricollocabile”, garantisce solidità, continuità, stabilità. Passa in area Audi, poi diventa amministratore delegato di Lamborghini. E lì accompagna una delle trasformazioni più significative del marchio: la piena esplosione commerciale dell’era Urus. Il SUV Lamborghini: la Urus diventa un successo enorme. I tradizionalisti piangono, i contabili brindano, il mercato applaude.

Stefano non inventa il SUV di lusso, non scopre una nuova frontiera dell’automobile, ma fa quello che sa fare meglio: prende una direzione strategica, la rende presentabile, la esegue con disciplina e la trasforma in risultato. Non incendia il tempio: ci costruisce un parcheggio premium. E poi, 2021. Il capolavoro. Liberty Media, il colosso americano che ha comprato la F1, cerca un nuovo CEO.

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Il sorriso di Stefano Domenicali nell’era Lamborghini

Chase Carey, baffuto americano che non distingue una candela da una marmitta, vuole farsi da parte. A Liberty non serve un leader, serve un “frontman”. Serve qualcuno che conosca il paddock, che stringa mani, che sorrida sempre e, soprattutto, che applichi spietatamente la linea editoriale americana senza mai fare ombra ai veri proprietari. Bingo, Stefano is the man….

Il suo profilo trova forse la forma più compiuta. La F1 non è più il giocattolo spietato di Ecclestone, governato come un piccolo principato personale, ma una piattaforma globale d’intrattenimento di Liberty Media. Netflix, social, pubblico “giovane”, Stati Uniti, Las Vegas, Miami, sponsor, celebrità che non sanno neanche cosa sia una ruota, hospitality, pacchetti VIP, contenuti verticali, contenuti orizzontali, contenuti in qualsiasi direzione purché monetizzabili.

Domenicali: il “democristiano” del paddock tra spettacolarizzazione e rincari

Domenicali diventa il volto perfetto di questa fase: non il creatore della nuova F1, ma il suo celebrante ufficiale. L’uomo che prende decisioni durissime, spesso antipatiche, talvolta discutibili, e le racconta con il tono di chi sta illustrando un piano di pace. Ed è qui che emerge il lato più interessante, e più irritante, del personaggio italiano che dirige la massima categoria.

Parliamo della sua sua straordinaria capacità di difendere l’indifendibile. Sempre con misura, naturalmente. Mai un eccesso. Mai una frase davvero scomposta. Stefano non sbraita, non aggredisce, non fa il tribuno. Il nostro “contestualizza”. “Valuta”. “Comprende le sensibilità”. “Guarda al futuro”. “Rispetta la tradizione, ma bisogna evolvere”. Il lessico eterno del dirigente che sta per toglierti qualcosa

Il tutto, spiegandoti che in realtà te la sta restituendo in forma più moderna, più inclusiva e possibilmente più costosa. In questo senso, Stefano ha qualcosa del vecchio democristiano (o di quello che nella politica odierna i giovani chiamerebbero un centrista). Non nel senso strettamente politico, ma nello stile antropologico.

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Stefano Domenicali, CEO della Formula 1

Quella capacità quasi liturgica di parlare a lungo senza concedere mai all’interlocutore la soddisfazione di una frase netta. Il vecchio democristiano non diceva “sì” o “no”: diceva che bisognava aprire una riflessione, tenendo conto delle istanze del territorio, nel quadro di un percorso condiviso, senza dimenticare le responsabilità storiche e le compatibilità complessive.

Alla fine, nessuno capiva cosa fosse stato deciso, ma tutti avevano la sensazione che fosse stato apparecchiato un tavolo. Stefano è così: il democristiano del paddock. Sorride, spiega, annacqua. Se la Formula 1 allunga il calendario fino a spremere team, piloti, meccanici e tifosi, lui parla di crescita globale, di domanda dei mercati, di equilibrio tra tradizione e nuove opportunità.

Se il calendario corre in giro per il pianeta mentre lo sport si riempie la bocca di sostenibilità, lui ricorda che la F1 sta lavorando a carburanti sostenibili, logistica migliore, obiettivi ambientali. Tutto vero, forse. Ma resta il piccolo dettaglio comico di un campionato che per salvare il pianeta organizza ventiquattro Gran Premi in continenti diversi! Alla faccia del green!

Quando si discute dei circuiti storici, Domenicali indossa la giacca del realista. Monza, Spa, Silverstone, Monaco: tutti bellissimi, tutti importanti, tutti parte della storia. Però, naturalmente, devono stare al passo e devono investire. Devono modernizzarsi. Devono capire che la tradizione è fondamentale, purché paghi la quota d’iscrizione e non intralci troppo i nuovi mercati.

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Il presidente della Formula 1 Stefano Domenicali

È un capolavoro retorico: dire ai tifosi che la storia conta moltissimo, ma non abbastanza da competere con un assegno più grande. E allora Spa fa una gara ogni due anni! Chapeau! Lo stesso vale per le sprint race, vendute come iniezioni di spettacolo. I piloti spesso le hanno accolte con entusiasmo misurato, che nel linguaggio della Formula 1 significa: “Se proprio dobbiamo”.

Domenicali: il mago gentile della Formula 1

Una parte del pubblico considerale sue mosse un artificio televisivo per trasformare ogni weekend in una centrifuga di format. Stefano, invece, le difende come evoluzione naturale del prodotto. Perché oggi tutto deve essere “prodotto”. Anche la tensione sportiva, l’attesa e il silenzio prima della gara. Se non succede qualcosa ogni 15 minuti, il sospetto è da qualche parte non si stia vendendo abbastanza.

E poi ci sono i prezzi. La Formula 1 è sempre stata costosa, certo. Ma l’attuale F1 sembra talvolta impegnata a trasformare il tifoso comune in una figura folkloristica, utile per le immagini d’archivio ma poco coerente con il posizionamento premium. Anche qui il discorso ufficiale è sempre elegante: esperienza, qualità, valore, domanda altissima.

Traduzione dal domenicalese: se volete vedere le macchine dal vivo, iniziate a considerare la cessione di un rene come opzione finanziaria. Il punto, però, è che sarebbe sbagliato liquidare Stefano come uno senza doti. Al contrario: ne ha una enorme: è un interprete straordinario e quanto più perfetto possibile perfetto del potere. Capisce la direzione, la incarna, la rende accettabile. È il manager post-carismatico.

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Stefano Domenicali, boss della F1

Quello che non deve sedurre le folle, ma rassicurare gli investitori. Non deve inventare il futuro, ma confezionarlo e guadagnarci. La sua grande arte è trasformare l’obbedienza in leadership. Prendere una linea decisa altrove (espansione americana, spettacolarizzazione, aumento del valore commerciale, compressione della tradizione dentro il marketing) e presentarla come inevitabile progresso.

Con quel tono pacato da uomo che non ti sta vendendo Las Vegas al posto di Spa: ti accompagna verso una “nuova fase di consapevolezza globale”. Stefano non è un profeta. Non è un rivoluzionario. È qualcosa di forse più utile e più contemporaneo: l’uomo che le regole le applica, le protegge, le giustifica e, quando serve, le rende apparentemente ragionevoli anche quando “puzzano” di assurdo.

Stefano è il dirigente ideale: parla di valori mentre governa il valore, parla di tradizione mentre la mette a bando, parla di sostenibilità mentre il Circus fa il giro del mondo. E lo fa sempre con equilibrio da democristiano che, davanti all’evidenza, non nega mai davvero: preferisce diluirla e renderla omeopatica. Non è l’uomo di cui avremmo bisogno, ma l’uomo che ci meritiamo. Forse. E sempre sorridendo!

Autore: Mariano Froldi – @MarianoFroldi

Immagini: F1 – FIA