C’è una tentazione ricorrente quando si parla di Aston Martin: pensare che l’arrivo di Adrian Newey sia, di per sé, la soluzione. La storia recente della F1 ci ha abituati a considerarlo un fattore determinante, quasi risolutivo. Ma questa volta il contesto è diverso. E, soprattutto, più complesso. Uno scenario completamente diverso in cui lo stesso Adrian fa fatica a muoversi.
L’idea di Stroll e il progetto Aston Martin
L’idea di Lawrence Stroll è chiara da tempo: costruire una squadra capace di vincere nel nuovo ciclo regolamentare. Gli investimenti non sono mancati, così come le figure di primo piano. Newey, Cardile, Cowell: nomi che, sulla carta, dovrebbero garantire una base tecnica di alto livello. Eppure la realtà racconta altro. Aston Martin è oggi il riferimento in fondo al gruppo. Ma il punto non è il valore delle singole persone.
È la struttura complessiva. Perché, per quanto Adrian sia un progettista fuori scala, non può operare in isolamento. Ha bisogno di un sistema che funzioni, di una filiera tecnica coerente, di strumenti e tempi allineati. E, soprattutto, di un motore all’altezza. È proprio questo uno dei nodi principali. Il propulsore della Honda, nel ritorno come motorista ufficiale, non si è fatto trovare pronta.

I problemi di affidabilità e di prestazione stanno condizionando l’intero progetto. E in una Formula 1 a batterie dove la power unit è centrale, partire con un ritardo del genere significa costruire su fondamenta fragili. A questo si aggiunge un tema organizzativo che non può essere ignorato. Martin Brundle, intervenuto a Sky Sports UK, ha descritto con chiarezza la situazione,
“In Aston Martin c’è stato un viavai di dirigenti che hanno preso decisioni piuttosto curiose. Sembrano un club di Premier League che cambia continuamente allenatore. Questo fa sì che le persone non sappiano a chi devono rispondere o quale sia la strategia”. Una fotografia che spiega bene perché, al di là dei nomi, il progetto fatichi a trovare stabilità.
Newey: i parallelismi con il passato
Il paragone con il passato è inevitabile. Quando Newey arrivò in a Milton Keyne, i risultati non furono immediati. Servì tempo per costruire una base solida e il primo periodo fu di assestamento, prima di aprire un ciclo vincente. Il successo arrivò quando la struttura si allineò attorno a una visione chiara. Non prima. un po’ quello che deve succedere a Silverstone.
Ed è proprio qui che si gioca la partita di Aston Martin. Damon Hill ha parlato di fede, di un percorso che richiede pazienza e convinzione. Una lettura condivisibile, ma che va inserita in un contesto più ampio. Perché oggi i problemi non sono solo tecnici, ma anche strutturali. La sensazione è che il team si trovi davanti a un biennio più complesso di quanto potesse immaginare.

Non tanto per mancanza di talento, quanto per la necessità di far funzionare tutto insieme. Aerodinamica, telaio, power unit e organizzazione interna: ogni area richiede interventi e, soprattutto, tanto tempo. Una crescita è possibile, e probabilmente arriverà. Ma immaginare il team britannico capace di lottare in maniera stabile per il vertice nel breve periodo appare poco realistico.
Aston Martin: nessuna certezza prima di due stagioni
Il gap da colmare è ampio e coinvolge più livelli. E anche guardando più avanti, l’orizzonte del 2030 non offre certezze. Perché nel frattempo gli altri non resteranno fermi. Mercedes ha interpretato meglio questo ciclo regolamentare, Ferrari sta lavorando per ridurre il divario e McLaren ha confermato una capacità di sviluppo molto rapida. Inserirsi in questo equilibrio richiederà più di un grande nome.

Newey potrà certamente portare metodo e alzare il livello tecnico. Ma non può accorciare i tempi di un processo che per sua natura è lungo. La F1 2026 non si costruisce in una stagione, e nemmeno in due. Aston Martin ha scelto la strada più ambiziosa ma deve accettarne le tempistiche: il rischio è quello di aspettarsi risultati immediati da un progetto che, prima di diventare vincente, deve ancora diventare stabile.
Autore: Roberto Valenti
Immagini: Aston Martin