Nella traiettoria di ogni grande team di F1 c’è un momento in cui il racconto cambia. Non è più quello dei successi, dei numeri e titoli. Diventa una questione di identità. Di ciò che resta quando i protagonisti se ne vanno. Per la Red Bull quel momento è già iniziato. Per comprenderlo dobbiamo ricostruire ciò che è accaduto negli ultimi anni. Non una rivoluzione improvvisa, ma un progressivo svuotamento.
Piccoli campanelli d’allarme
Una serie di addii che presi singolarmente potevano sembrare fisiologici, ma che messi insieme raccontano un quadro diverso. Il primo segnale è arrivato nel 2023, con l’uscita di Rob Marshall verso la McLaren. Una figura centrale nella progettazione. Uno di quegli uomini che lavorano lontano dai riflettori ma che incidono profondamente sul prodotto finale.
All’epoca fu considerato un normale movimento di mercato. Oggi, riletto nel contesto attuale, appare come il primo tassello di un processo più ampio. Nel 2024, quel processo ha accelerato. L’addio di Newey ha segnato una linea netta. Non solo per il valore tecnico, ma per il ruolo simbolico. Adrian era il riferimento, il punto di sintesi tra visione e realizzazione.

Perdere lui significava perdere una guida, un metodo consolidato. E non è stato l’unico, visto che nello stesso periodo sono usciti anche Jonathan Wheatley e Will Courtenay, figure chiave nella gestione operativa e strategica. Elementi fondamentali per trasformare il potenziale dell’auto in risultati concreti. È qui che la percezione cambia: non più di singole partenze, ma una dispersione di competenze.
Il 2025 rappresenta la rottura definitiva. Horner lascia il ruolo di team principal. Con lui se ne va l’uomo che ha tenuto insieme la squadra, gestendo equilibri interni e dinamiche esterne. Poco dopo, anche Helmut Marko esce di scena, portando con sé una parte importante della cultura Red Bull legata a scoperta e gestione dei talenti. La squadra non è più la stessa. Non solo nei nomi, ma nella struttura.
Red Bull e gli addii ormai costanti
E il 2026, proprio in tal senso, ha confermato questa trasformazione. L’uscita di Craig Skinner, cresciuto all’interno fino a diventare chief designer, rappresenta un’altra perdita significativa. Così come quelle, meno visibili ma altrettanto rilevanti, di uomini di pista come Matt Catterall e Ole Schack: figure chiave nella gestione quotidiana del pilota e della vettura.
Infine il passaggio che più di tutti proietta l’analisi nel futuro. Lambiase ha già ufficializzato il suo addio alla Red Bull a partire dal 2027, con destinazione McLaren. Non è una semplice voce o un’ipotesi, ma una decisione presa che apre uno scenario ancora più delicato. Perché Gianpiero non è solo l’ingegnere con la i maiuscola, ma il punto di contatto diretto tra Verstappen e la squadra.

La voce che traduce sensazioni in dati e strategie in risultati, parte integrante del rendimento di Max.. Ed è qui che la riflessione diventa inevitabile. La Red Bull che ha dominato la Formula 1 era un sistema perfettamente bilanciato. Newey per la visione tecnica, Horner per la gestione, Marko per la strategia sportiva, Wheatley per l’operatività, Courtenay per le scelte in gara, Lambiase per il rapporto diretto con il pilota. Tutto questo non c’è più.
Un insieme di competenze complementari, difficilmente replicabile. Oggi, quel sistema è stato in maniera progressiva smontato. Non esiste più. Non è ancora una crisi conclamata e i risultati, almeno nel breve periodo, potrebbero pure mascherare queste perdite. Ma nel medio e lungo termine, tuttavia, la mancanza di continuità e di struttura rischia di emergere con forza.
Red Bull: la certezza e l’ansia Verstappen
E resta una sola vera certezza nella scuderia austriaca: Verstappen. È lui l’ultimo elemento di continuità. L’unico individuo rimasto di quel ciclo vincente. Anche se a dircela tutta scriviamo di un equilibrio fragile, soprattutto in virtù delle tante bordate che l’olandese sta lanciando contro l’attuale Formula 1, a suo dire ormai snaturata nell’essenza di guida.
Senza la rete di competenze che lo ha sostenuto dal 2015, il suo ruolo diventa ancora più centrale ma allo stesso tempo più esposto. Perché nessun pilota, per quanto dominante, può compensare da solo la perdita di un’intera struttura. La sensazione è che la Red Bull si trovi oggi in una fase di transizione profonda, forse sottovalutata. Non si tratta di sostituire singoli nomi, ma di ricostruire un’identità.

Di creare un nuovo equilibrio che, per definizione, richiederà molto lavoro. E nel frattempo, il rischio è quello di perdere terreno. Non in modo evidente, ma progressivo. Un decimo alla volta, una scelta sbagliata alla volta, una sinergia che non si ricrea. La fine di un’era, in Formula 1, non arriva mai all’improvviso. Ma si riconosce da questi segnali. E oggi, alla Red Bull, quei segnali sono tutti presenti.
Autore: Roberto Valenti
Immagini: Red Bull